STUDIO DI COMPARAZIONE FRA LA PRESA A MANO APERTA E L'ELASTICO CONVENZIONALE
Comparazione dell’attività elettromiografica dei muscoli della spalla e
dell’avambraccio durante esercizi di potenziamento per la cuffia dei rotatori
con l’elastico convenzionale e con la presa a mano aperta (ShoulderPlate®).
Dott. Cacciatori Carlo
Specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione.
Studio eseguito presso il Centro Medico C.M.M. s.r.l. di Ponte di Barbarano (VI).
INTRODUZIONE
La spalla è l’articolazione più mobile del corpo umano, ma al tempo stesso è quella che ha la minima stabilità intrinseca dovuta alla configurazione anatomica dei
suoi componenti osteo-articolari.
Una mobilità ed una stabilità corrette sono critiche per un funzionamento normale
della spalla.
La mobilità della spalla dipende dall’integrazione di più articolazioni (la sternoclaveare,
l’acromionclaveare, la scapolotoracica e la glenoomerale) e dall’azione
altamente coordinata della muscolatura. L’ampiezza totale di movimento è estesa,
in quanto l’articolazione stessa ha una cavità poco profonda ed una capsula
lassa.
La stabilità viene garantita da diverse componenti, distinguibili in stabilizzatori
statici e dinamici.
Il complesso caspulo-legamentoso (legamenti gleno-omerale superiore, medio,
inferiore e legamento coraco-acromiale), la pressione intra-articolare negativa (-
4mmHg a riposo) ed il labbro glenoideo agiscono come stabilizzatori statici, allo
scopo di limitare le rotazioni e le traslazioni della testa dell’omero nella glena.
Ai muscoli della spalla spetta il ruolo di stabilizzatori dinamici. La cuffia muscolotendinea
dei rotatori è la chiave della stabilità dinamica gleno-omerale ed è costituita
dai muscoli sovraspinoso, sottospinoso, piccolo rotondo (che si inseriscono
sulla grande tuberosità dell’omero con una struttura tendinea unica) e dal sottoscapolare
(che si inserisce sulla piccola tuberosità).
Il tendine del muscolo sovraspinoso gioca il ruolo di stabilizzatore principale ed
è considerato l’unico muscolo in grado di realizzare costantemente questa azione
ed in qualsiasi posizione dell’arto. Esso ha un ruolo centrale nel mantenere
abbassata e centrata la testa omerale nella glenoide, evitando la sua risalita con
conseguente conflitto acromiale durante l’abduzione. Deve quindi agire in modo
consensuale al deltoide, che invece assicura la rotazione della testa dell’omero.
I muscoli sottospinoso e piccolo rotondo (extrarotatori) ed il muscolo sottoscapolare
(intrarotatore) sono considerati stabilizzatori complementari, in quanto
stabilizzano la testa omerale nella glena solo nei movimenti di abduzione e di
intra-extrarotazione, impedendone rispettivamente la lussazione posteriore ed
anteriore.
Altri muscoli che hanno un ruolo nella stabilizzazione della spalla sono il capo
lungo del bicipite omerale (che agisce come depressore della testa omerale ed è
attivo durante la flessione e l’abduzione della spalla), il deltoide (anteriore, medio
e posteriore), il trapezio (stabilizzatore della scapola), il gran pettorale ed il gran
dorsale (intrarotatori).
Il gioco coordinato tra la cuffia dei rotatori ed il deltoide è stato dimostrato
nell’analisi EMG da Kronberg1. Tale studio evidenzia che tutti i muscoli della cuffia
sono interessati, in qualche modo, con i diversi movimenti della spalla, favorendo
il movimento e controbilanciando i micromovimenti della testa omerale per renderla
stabile all’interno della glena.
Nella valutazione iniziale del paziente con patologia della cuffia viene spesso
identificata la presenza di uno squilibrio della coppia di forze “deltoide-rotatori”2.
In alcune ricerche di biomeccanica3 sono stati studiati i vettori delle forze muscolari
nella spalla in posizione funzionale a 90° di abduzione ed extrarotazione per
simulare la reale lunghezza, tensione e contrazione dei vari muscoli in modelli di
movimento di attività quotidiane e sportive che comportano l’utilizzo delle braccia
al di sopra del capo. Si è evidenziato che i muscoli della cuffia, in tale posizione,
modificano in parte i loro vettori di forza: il sottoscapolare funzionando come flessore,
il sovraspinoso come un estensore ed il sottospinoso come un adduttore.
Il trattamento riabilitativo della cuffia dei rotatori, sia non chirurgico che postchirugico,
si riferisce a diversi obiettivi.
Lo scopo iniziale di ogni programma di cura include la riduzione del dolore (immobilizzazione
con ortesi o bendaggi, terapia fisica, allungamento passivo ed
esercizi pendolari in base al tipo di patologia coinvolgente la spalla).
Quando non c’è più dolore a riposo e scompaiono i segni dell’infiammazione (tenuto
conto che i tempi di riposo necessari variano in base alla gravità della lesione
ed all’eventuale ricorso a riparazione chirurgica), il paziente può iniziare un
programma di potenziamento per il riequilibrio muscolare ed una riabilitazione
propriocettiva per la ripresa della funzionalità.
Il rinforzo è una delle componenti principali della riabilitazione della spalla. Una
volta avvenuta la guarigione ed ottenuta un’articolarità adeguata, il recupero della
forza diventa il fulcro del trattamento.
In tale contesto, diversi autori propongono, con particolare riferimento all’instabilità
articolare della spalla, il potenziamento con elastici.
Un punto fondamentale di questo tipo di training è guidare il movimento nella
direzione appropriata per attivare il muscolo che si desidera potenziare.
Si deve però tener presente che il tessuto muscolare deve essere in grado di tollerare
una contrazione eccentrica contro resistenza, quindi sarebbe da evitare nel
primo mese.
OBIETTIVI DELLO STUDIO
In questo studio preliminare abbiamo esplorato l’attività elettromiografica di
superficie di alcuni muscoli della spalla (diversi in base al tipo di esercizio) e
dell’avambraccio durante l’utilizzo dell’elastico convenzionale e della presa a
mano aperta (ShoulderPlate®) nella simulazione degli esercizi di potenziamento
in intrarotazione ed in extrarotazione.
MATERIALI E METODI
Per realizzare lo studio sono stati reclutati 4 soggetti sani adulti (3 maschi, 1 femmine;
con età media di 31.4 anni ± 5.8) e destrimani.
Tutti i soggetti hanno espresso il proprio consenso informato per lo studio.
L’attività elettromiografica (EMG) era registrata usando, per ogni muscolo analizzato,
un paio di elettrodi autoadesivi di superficie Ag-AgCl posizionati a livello
del tendine e del ventre muscolare. Il segnale EMG era amplificato usando un
elettromiografo Synergy (filtri: 50 Hz–2 KHz). I segnali venivano memorizzati su
un PC per l’analisi off-line.
Esperimento 1
Registrazione in intrarotazione
L’attività elettromiografica era registrata contemporaneamente a livello del m.
deltoide, sovraspinoso (con i limiti della registrazione di superficie), sottoscapolare
(con i limiti della registrazione di superficie) e flessore radiale del carpo.
L’elastico era legato ad un punto fisso all’altezza del torace. La mano destra
prendeva l’altra estremità ed il soggetto si posizionava in modo tale che l’elastico
risultasse teso all’esterno del corpo. Il soggetto stava in piedi con il gomito
piegato a 90 gradi mantenendolo vicino al corpo. L’elastico veniva tirato
con la mano fino a raggiungere lo stomaco mantenendo il braccio a contatto
con il corpo.
Si eseguivano 20 ripetizioni, delle quali veniva calcolata la media dell’attivazione
di ogni muscolo (averaging).
Si è ripetuta la registrazione, con gli elettrodi mantenuti nella stessa posizione,
utilizzando la presa a mano aperta ed appoggiando il palmo della mano
al dispositivo.
Esperimento 2
Registrazione in extrarotazione
L’attività elettromiografica era registrata contemporaneamente a livello del
m. deltoide, sovraspinoso (con i limiti della registrazione di superficie), sottospinoso
(con i limiti della registrazione di superficie) ed estensori del carpo.
L’elastico era vincolato ad un punto fisso all’altezza del torace. La mano destra
prendeva l’altra estremità ed il soggetto si posizionava in modo tale che
l’elastico passasse davanti al corpo. Il soggetto stava in piedi con il gomito
flesso a 90 gradi. L’elastico veniva tirato con la mano all’esterno, allontanando
la mano dal fianco.
Si eseguivano 20 ripetizioni, delle quali veniva calcolata la media dell’attivazione
di ogni muscolo (averaging).
Si è ripetuta la registrazione, con gli elettrodi mantenuti nella stessa posizione,
utilizzando la presa a mano aperta ed appoggiando il dorso della mano
al dispositivo.
RISULTATI
Questo studio è ancora in una fase preliminare, in quanto serve un numero maggiore
di soggetti per ottenere dei valori statisticamente significativi.
I dati preliminari però mostrano una tendenza presente in tutti i soggetti valutati.
Esperimento 1
Durante l’esercizio in intrarotazione con la presa a mano aperta si è registrata
una minore attività elettromiografica a carico del m. flessore radiale del carpo
rispetto al medesimo esercizio con l’elastico convenzionale.
Il deltoide ha mostrato valori pressocchè sovrapponibili nelle due metodiche
di registrazione.
L’attività elettromiografica del m. sovraspinoso e del m. sottoscapolare ha
mostrato valori più elevati durante l’utilizzo della presa a mano aperta rispetto
ai valori registrati con l’elastico convenzionale a presa chiusa.
Esperimento 2
Analogamente, durante l’esercizio in extrarotazione con la presa a mano aperta
si è registrata un’attività elettromiografica a carico degli estensore del carpo
lievemente minore rispetto al medesimo esercizio con la presa a pugno.
Anche in questo caso il deltoide ha mostrato valori pressocchè sovrapponibili
nelle due metodiche di registrazione e l’attività elettromiografica del
m. sovraspinoso e del m. sottospinoso ha rilevato valori più elevati durante
l’utilizzo della presa a mano aperta rispetto ai valori registrati con l’elastico a
presa chiusa.
CONCLUSIONI
Nonostante si tratti ancora di uno studio preliminare i risultati finora ottenuti possono
portarci alla seguente ipotesi. Durante l’utilizzo della presa a mano aperta
(in intrarotazione) la forza impressa sul dispositivo si distribuisce su ogni punto
del palmo della mano e delle dita e viene ridistribuita tra i muscoli flessori del
carpo e flessori delle dita (o estensori del carpo ed estensori delle dita nel caso
dell’extrarotazione). Questo assicura due situazioni. Primo: un utilizzo più vantaggioso
della leva avambraccio-polso in quanto con la posizione delle dita estese
allunga la leva stessa. Secondo: un minore spreco di attivazione e di attenzione a
livello della mano del polso nell’intento di mantenere serrata la presa dell’elastico.
In questo intento durante l’intra-extrarotazione si viene inoltre a creare una posizione
viziata di modesta flessione o estensione del polso.
Il vantaggio quindi della presa a mano aperta è quello di aumentare il lavoro selettivo
a carico dei muscoli della cuffia dei rotatori evitando “sprechi” di forza per
compensi a livello dei muscoli distali nel mantenere la presa dell’elastico. Questo
permette di mimare al meglio gli esercizi che vengono proposti durante le sedute
di idrochinesiterapia, nelle quali l’uso della mano aperta permette di sfruttare
l’attrito offerto dall’acqua.
Un altro vantaggio è quello di poter allenare la spalla nella simulazione di movimenti
della vita quotidiana ma soprattutto di gesti sportivi che prevedono l’uso
della mano aperta.
L’obiettivo futuro sarà quello di confermare questi dati ancora grezzi e preliminari
in un campione più ampio, di analizzare l’attività elettromiografica anche a diversi
gradi di abduzione e di utilizzare elettrodi ad ago per isolare in maniera più fine
i singoli muscoli.
Bibliografia
1 - Kronberg M, Nemeth F, Brostom LA: Musce activity and coordination in the normal shoulder: An
electromyographic study. Clin Orthop 257:76, 1990.
2 - Inman et al: Observations on the function of the shoulder joint. J Bone Joint Surg 26 A:1, 1994.
3 - Basset RW, Browne AO, Morrey BF, An KN: Glenohumeral muscle force and moment mecheanics in a
position of shoulder instability. J Biomechanics 23:405,1990